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Per sbaglio, quasi di nuovo.
La corazza si abbassa di poco, fa entrare luce nuova e speranza.
Una bella ventata d'aria fresca e necessaria che si scioglie come gocce di limone.
Non che pensasse.
Lei oramai non pensava più a nulla.
Non si aspettava più nulla.
Abituata a questa vita data in prestito che sempre le ha fatto assaporare il gusto dolce per poi bastonarla poco dopo.
Abituata a questa vita che le ha sempre fatto vedere cosa si nasconde dietro la bella parola, dietro il sorriso sottile di una persona, dietro lo sguardo accattivante in una notte, dietro un abbraccio dato con troppo affetto.
Abituata.
Poi, una svista, un cedimento, e rischia.
Per sbaglio, forse per bisogno, quasi di nuovo.
Non ci si può più sbagliare, oggi no, domani neanche.
E' finito il periodo in cui errare poteva essere considerato un modo per imparare, per crescere.
Ora, sbagliare, è sinonimo di caduta, di troppa forza da tirare fuori per rialzarsi e ricominciare e il tutto non collega il fatto che si sia più forti, anzi.
Un piede nel fango che nonostante tutta la pioggia non riesce a far scivolare fuori, un piede incastrato in un qualche arco temporale che ancora le brucia le mani e le congela l'anima.
Ora non può più dirsi "Ma si, proviamo!".
O di qua o di là.
Ma quel piede incastrato fa troppo perno.
Cosa succederà se un bel giorno, per sbaglio, quasi di nuovo, lei si troverà a terra, senza piedi infangati e mani bruciate ma piangerà lacrime taglienti come vetro?
Impulsiva.
Come una bambina che rincorre i piccioni perchè da soddisfazione vederli volare.
Come una mamma che corre dietro al proprio pargolo per evitare una caduta in più.
Impulso, istinto.
Quella cosa naturale che spinge due corpi a volersi sentire, a volersi ascoltare, sfiorare.
Per averne un ricordo la notte stessa, quella dopo e forse quella dopo ancora.
Per sentirne la carne sotto le proprie mani, dopo aver suonato e dato emozioni.
Impulso che mi spinge, senza freni inibitori, che mi fa inciampare in un gradino troppo piccolo da vedere nella notte.
Un po' di alcol e quel sorriso che illumina il mondo.
Inciampo e atterro morbida, dentro un tuo bacio, dentro il tuo corpo che mi desidera, stanotte.
Il mio e non il suo.
Silenzio.
E' sempre meglio il silenzio.
Cartonato appoggiato al muro. La porta leggermente aperta.
Seduto su una tavola quadrata disegna e cancella, cercando una perfezione che oggi non trova.
Si alza, lasciando cadere la sua fidata matita per terra.
Apre la porta, sbatte la porta arrabbiato con se, arrabbiato con lei, arrabbiato con il mondo.
Si guarda attorno.
Tutto grigio, tutto tace.
Nessuno accenna a colorare un po' questo angolo di vita.
A colorare questo universo con una scala non di grigio.
Fragole succose, carnose.
Le prende e le ferma sul cartonato bianco con un chiodo.
Scivola, con una linea che sa di perfezione, il succo dolce che fuoriesce.
Ventitré fragole che si susseguono in una fila ripetuta sette volte.
Colore.
Il rosso del sangue.
Del dolore e della passione.
Della linfa vitale che ci scorre nelle vene.
Che ci fa aggrappare dall'altra parte del mondo per trovare felicità.
Che ci fa rincorrere a perdifiato un nuovo amore senza pensare a cosa ne sarà domani.
Come una fragola.
Vita succosa, passionale, carnale, colorata.
Lui oggi ama lei disperatamente.
E nel silenzio dei propri pensieri, del proprio battito, sa.
Che non c'è più tempo per stare a calcolare, che non c'è più tempo per sperare.
Agire è l'unico infinito che può usare.
E poco importa affrontare un mondo nuovo e poco importa se si è estranei a tutto quello che si va incontro.
La magia nasce lì.
Nel superarsi e meravigliarsi di cosa c'è altrove.

Mi ritrovo così, in un letto che adesso è troppo grande e troppo freddo, mentre fuori albeggia e dentro mi si contorce lo stomaco.
Mi giro e rigiro sbuffando per quel cuscino adesso troppo morbido, adesso troppo piccolo, per quella coperta adesso troppo spessa, adesso troppo leggera.
Provo a serrare gli occhi, la bocca, lo stomaco, il cuore.
Provo a serrare tutto ma dentro qualcosa sta bollendo.
Il cuore si sta sciogliendo e combatte contro questo sole che mi sta trasformando da solida a liquida.
Non posso piegarmi.
Lascio che i pensieri si aggrappino e mi strappino la carne, lascio che tutto sanguini senza curarmene perché se solo ci pensassi in modo liquido, tornerei in quel tunnel.
E per quanto bene possa fare quel tunnel all'inizio, poi ferisce, lascia cicatrici più o meno profonde da portarsi dietro tutta la vita, giorno e notte.
Che ci inseguono in cieli senza luna, in mattine senza l'oro in bocca.
Braccia forti che mi tengono al sicuro, che mi allontanano per poi riprendermi, sempre più forti, sempre più avvolgenti.
Ma li sono davvero al sicuro o è proprio l'ingresso del mio tunnel?
Chiudo gli occhi, la musica mi avvolge, lo stomaco si attorciglia e mi dico di buttarmi giù a capofitto e mi dico di non fare passi falsi, di vivere passo dopo passo.
Senza fare castelli di sabbia che poi con la pioggia verrebbero distrutti.
Già.
Razionalità o sentimento?
Silenzio.
La casa resta immersa nel silenzio di un'alba non ricercata.
Non posso dormire, non riesco a dormire.
Salgo una giostra. Una giostra dai colori e dai suoni ipnotici.
Salgo e non ci scendo più.
Aria, ossigeno nuovo.
Non mi accontento, voglio sempre qualcosa di nuovo, che mi stimoli, che mi dia la scossa, che mi dia un'emozione, che mi faccia rigirare nel letto senza chiudere occhio, che mi faccia sentire ad un passo dalla pura soddisfazione. Sapere che tu sei forte.
Si, sono forte.
Notte sotto ai ponti. Gocce che tintennano in pozzanghere di ieri, sento da una bocca amica qualcosa che il mio stomaco e il cuore percepiscono come un fulmine a ciel sereno.
Ora so che non ho sbagliato io, di nuovo, che questa volta non era colpa mia, che sono stata nella testa e nei pensieri di quel lui. Lui che si sente una merda, che vive nel suo mondo e non fa un passo avanti per sistemare la situazione che ha rovinato e se ne pente. Aspetta e si crogiola nelle paranoie che lo contraddistinguono.
Come se, sapendo che si è pentito, io fossi pronta per riaprire il mio cuore.
Rimango dove sono e penso.
Ho sbagliato tante volte, ma tutte mi hanno insegnato qualcosa, ho preso tanti treni e tanti altri li ho persi. Ne passeranno altri, ma sarò in grado di capire se salirci o se abbassare la mano e farlo procedere. Aria, ossigeno nuovo.
Incontro inaspettato.
Mi sorride appena entra in casa, un saluto veloce e nulla più. Poche parole scambiate mangiando carne e prendendo il sole in un terrazzo affacciato su Torino, mi versa da bere e sorride.
Occhi verde chiaro, pelle chiara e ben curata.
Sarà sulla trentina, penso.
Poi per una cosa o per l'altra si crea il gruppetto "parliamo di tutto purché non ci facciamo assalire dal sonno post magnata" attorno ad una penisola.
E sorridi, mi parli, mi fai fotografie mentre giro il caffè e guardo assorta.
Mi stupisce ritrovare negli altri, un po' di me stessa.
Anzi, quasi mi spaventa. Perché allora non sono poi così bizzarra nel trovare normale parlare, chiacchierare con sconosciuti e salutarli, andando via, anche se la conoscenza è solo di tre, quattro ore.
Mi abbracci, alto e muscoloso, mi abbracci così, come se ci conoscessimo davvero da mesi, anni.
Mi abbracci e mi dici di fare la brava, con quello sguardo che io conosco.
Maledetta psicologia, ma non potevo fare il classico? lo scientifico? il linguistico?No, il socio-psicopedagogico, aggiunto ad una leggera predisposizione a capire gesti, parole, movenze, sguardi.
E' questa l'aria, l'ossigeno di cui parlo.
Cose che nascono e muoiono ancora prima del calar del sole, cose leggere come le nuvole che però fanno respirare a pieni polmoni.
Momenti leggeri come piume.
Sono piuma, ho bisogno della mia aria.
Qualcuno ha mai pianto per te così forte da sentire i crampi allo stomaco, così intensamente da sentirti dentro come un pezzo del proprio cuore?
Qualcuno ti ha mai detto che sei aria e di questa aria non ne potrebbe mai fare a meno?
Qualcuno ti ha sempre pensato, ogni giorno, ogni notte, lontano o vicino che tu sia stato?
Qualcuno ti ha mai fatto sentire quanto bene si può trasmettere oltre mari, montagne, oceani, stagioni, fusi orari, lingue diverse, vite diverse?
Qualcuno ha mai pregato chissà quale dio per guardarti e fargli sentire se stavi bene?
Qualcuno stringe il tuo peluche per sentirti vicino?
Qualcuno appende la tua bandiera e ti sente presente?
Qualcuno ti vuole così bene?
Quel bene dannatamente profondo, intenso, carnale che fa star male.
Quel male che si sente per la tua indifferenza.
Sorvoli mondi e non trovi un attimo, l'ultimo attimo.
Penso a quando hai oltrepassato quelle porte.
Buttato via zaino e valigia e con l'enorme cappello blu, mi sei corso incontro.
Le tue braccia di nuovo. Il tuo profumo di nuovo.
Li, con me. In uno spazio di luogo non luogo.
Ora di te mi resta un saluto.
Semplice come dire "Ci vediamo domani".
Quel domani sarà tra mesi.
Mi resta una tua promessa.
Da marinaio.
Una promessa che non so che farmene.
E dentro esplodo.
Tu che saresti così tante cose.
Tu.
Che non hai trovato l'ultimo attimo, l'ennesimo arrivederci.
Tu, aria di cui vivo e che mi privi ogni giorno di più.
Qualcuno ha mai sentito tutto questo per te, caro mio migliore amico?
Io mi prenderò il mio posto.
Sono una figlia, sarò una madre.
Sono una madre, sarò una figlia.
Sorridere a denti stretti per non far uscire la rabbia, il nervoso, la malinconia di non vedere i suoi gesti quotidiani.
Sono figlia e sono madre.
A volte è meglio presto, uno ci si abitua prima.
E' difficile staccare il cordone per una bravata.
E' facile pensare che se la scelta fosse stata mia, sarebbe stata più serena.
Meno tormentata in notti bagnate dalla pioggia del mio mese.
A volte si arriva al punto che tenere tenere dentro tutto ci fa diventare più forti, così forti da vedersi e rendersi conto che è arrivato il momento di tirarsi su le maniche.
Per poi scoppiare sotto al cuscino in una casa buia e silenziosa.
E vedere dalle righe della tapparella,
il sole.
Un nuovo sole.
E rimanerne ammaliati, sentendo nello stomaco, la grinta per alzarsi e continuare a sorridere.
Sentendosi più grandi, più maturi, più forti.
Per altre nuove avventure.