venerdì 7 dicembre 2007

REGALI DI NATALE.


Non voglio niente di costoso quest'anno.
Voglio la felicità per cinque persone. Cinque. Non una di più.
A lei che è la mia "baby" da 15 anni, a lei che ho visto gli occhi sorridere e un attimo dopo disperarsi, a lei che è cambiata così tanto, a lei che ad ogni suo sbaglio corrispondeva una telefonata per informarmi, a lei che ho abbracciato nel freddo contro il caldo solo per sentire il suo profumo, a lei che a volte ci trovavamo in un bacio per poi girarci e dormire chissà quali sogni, a lei che ancora adesso mi rende viva, a lei che ancora adesso dentro un fortezza che ha provato a costruire si sente sola e mi chiama.
A lui, mio padre. Voglio la felicità che non ha mai avuto. A lui, papà presente e di poche parole ma giuste, a lui che il suo modo di voler bene non è mai stato viziare ma far capire la vita, a lui che sopportava i miei quattro anni e il mio vizio di mordergli i lobi delle orecchie, a lui che ha sofferto così tanto ma che ha avuto tanta forza per non mollare, a lui che ha sempre creduto che anche se tutto andava di merda bisognava andare avanti, a lui che vedendomi ventitreenne non ha paura di sfogarsi, di piangere, di sorridere con me, a lui che mi ha scritto due lettere che mi fanno commuovere ancora oggi, a lui che in una sala d'aspetto di un'ospedale mi ha dato il miglior consiglio che un papà potrebbe dare, a lui che a suo modo c'è, sempre.
A lei, mia madre. Voglio che la sua felicità non intacchi quella di mio padre. A lei, che è sempre stata la mia migliore amica, a lei che passava le ore a crescermi dandomi la giusta libertà, a lei che è mai stata oppressiva e possessiva, a lei che mi diceva che faceva una torta e tornava con qualcosa di lontanamente simili, a lei e alle risate fatte insieme, a lei e al dolore che ha dovuto affrontare dove tutta la forza ha dovuto metterla sul tavolo così da un giorno all'altro, a lei e alle chiacchierate odierne alle risate al suo "senza di te non ci sarebbe questa allegria!", a lei e alla scelta che sta per fare, per me sbagliata, a lei e alla felicità che vede altrove.
A lui che mi è stato vicino. A lui che non ha spaventato il mio modo di fare, a lui che da quasi quattro mesi ci scriviamo tutti i giorni, a lui che il giorno dopo ci chiediamo scusa per delle cose dette in malo modo, a lui che mi ha spronata ad uscire da un periodo di schifo, a lui che mi dice che anche se è un po' assente, c'è sempre, a lui che ha così tanto bene da dare e che aspetta la persona giusta cercandola in altre dieci, a lui che quando mi abbraccia mi da sicurezza, a lui che mi fa ascoltare canzoni dolcissime sotto casa e poi me regala la volta dopo, a lui che mai avrei pensato di cominciare a voler bene.
A me, a me e a me. A me che da piccola facevo le tende degli indiani sotto la scrivania e tenevo ferma la coperta con i dizionari e che dolore quando mi cadevano in testa, a me che tagliavo la frutta con le posate della Nouvelle Cousine, a me che ho sempre avuto il sorriso stampato, a me che credevano brasiliana ed adottata quando mi portavano in giro con il passeggino, a me e alle mie quattro ore di pianto davanti ai finocchi bolliti all'asilo, a me e al ricordo che mi viene quando mangio gli Abbracci, a me e alle mie idee, a me e alla mia forza che ho trovato per otto anni a sentirmi una piccola donna di casa, a me e alla maleducazione che a volte mi esce così gratuitamente, a me e alle mie mani che scrivono, scrivono, sempre e tutto, a me e ai miei occhi che a volte vengono bagnati da lacrime troppo salate, a me e al mio bisogno di aiutare tutti per poi essere sempre messa da parte, a me e alla furbizia che sto acquisendo, a me e alla passione viscerale che ho per i bimbi, a me.
Semplicemente me. Sangue e carne.

1 commento:

Maria Chiara ha detto...

...mi sono ritrovata a leggerti con la vista annebbiata.
Grazie.